Arte ed Ecosistemi Umani

Reti relazionali, network sciences, e diversità negli ecosistemi

Stavamo leggendo questo articolo. https://www.artsy.net/article/artsy-editorial-artists-famous-friends-originality-work

Il mio amico Alessandro Gerosa mi fa:

«”Per diventare un artista famoso, conviene più giocare a calcetto che dipingere un quadro” (cit.)
Comunque lo studio è molto affascinante, ma non capisco una cosa: si scopre che delle reti sociali molto espanse e internazionali sono correlate al proprio successo, e si deduce quindi che uno dei fattori chiave per raggiungere il successo siano le reti sociali. A me parrebbe invece piuttosto naturale pensare il contrario, ovvero che essi possiedano più connessioni, anche a livello internazionaale, proprio perché sono di maggior successo.»

Questa domanda ha molto senso. La cultura popolare risponde con un “piove sempre sul bagnato”. E questa è una risposta che è solo apparentemente semplice: più hai già accesso, più hai accesso a conquistare ulteriore accesso.

È una condizione molto crudele e violenta, e vale non solo per l’arte, ma anche per l’economia, la politica, l’istruzione, il benessere, la salute etc, creando quei sistemi (la maggior parte, attualmente) in cui “the winner takes all”.

Il digitale in qualche modo accelera anche questa condizione: diventa possibile la coda lunga, ma solo gli amazon della situazone riesscono ad avere la potenza per essere piattaforma di tutti.

Come al solito: la politica la fa il contenitore, perché di contenuti ce ne stanno tanti e valgono tendenzialmente zero, anche se il valore è là (Nota: è proprio vero? o è nella capacità e dinamica della piattaforma? o in tutti e due? o in altro? e quanto?).

Vale sempre la pena di chiedersi cosa valga la pena di imparare da questi esempi. Il modo, per esempio, di aumentare la mobilità sociale e l’accesso.

La prima lezione la sanno da tempo paraculi, markettari e imbucati di tutti i tempi: bisogna andare alle feste, a tutti i costi.

Quelli che vediamo continuamente in foto sui social network a braccetto con questo o quell’altro personaggio stanno facendo proprio questo: stanno auto-aumentado il proprio capitale relazionale e personale. “Io conosco e frequento X, quindi valgo di più.”

Non fa nulla se poi X, dopo il selfie, si è girato dall’altro lato, magari anche dicendo “che palle ‘sti selfie”. Tanto dai selfie e dalla didascalia didascalia nessuno lo saprà mai.

Lo stesso si fa anche con i link. Quando si condivide un link, in un certo senso, ce ne si appropria. Tanto è vero che non è raro leggere tra i commenti il fatto che qualcuno chieda di poter “rubare” il link per poterlo condividere a sua volta. O che qualcuno dica “io già l’ho condiviso una settimana fa”, o che addirittura si arrabbi: ma io queste cose le condividevo già 3 anni fa, perché non mi avete “riconosciuto” all’epoca? Perché ora mettete “Like” a lui?

E ciò vale allo stesso modo per le interviste. Umberto Eco parlava di “interviste rubate”, e non a caso. Intervistando si accresce il proprio capitale personale, perché il proprio nome si associa progressivamente a concetti importanti e anche relazionalmente si contribuisce al proprio capitale. Mario Rossi intervista Michael Jackson. In che direzione punta la freccia del valore?

E ancora: i libri con tanti contributi di persone diverse che scrivono, i festival… più persone contribuiscono e più i contributi sono di persone con un loro network, più si arricchisce il contenitore.

Infatti: chi ha tempo e modo di leggere tutti quegli interventi, o di vedere le centinaia di sessioni parallele di un festival? La realtà è che il piatto della bilancia è molto in disequilibrio rispetto al “chi sta lavorando per chi”.

Alla fine gli autori solleciteranno tutto il proprio network, e saranno tra i pochi ad aver letto il proprio intervento sul libro. Magari per controllare se fosse rimasto qualche errore o per cercare di immedesimarsi in qualche altro eventuale lettore (“gli piacerà? cosa penserà di me?”), o per metterlo sul CV, in un mondo di iperproduzione di contenuti. Tra l’altro: contenuti usa e getta, di cui dopo poche settimane (se siamo fortunati) non si ricorderà più nessuno.

L’unico che ci avrà veramente guadagnato qualcosa è il contenitore, la piattaforma.

Certo, ci sono casi e casi, e non vorrei sembrare presuntuoso (per esempio: ce ne sono spesso nel campo dell’editoria, in cui l’assemblaggio di contributi di diversi autori corrisponde ad operazioni anche sublimi per la rappresentazione di molteplici punti di vista, o a divertissement meravigliosi).

Ma se parliamo della dinamica dei sistemi, come disciplina di studio (per esempio attraverso le network sciences), questi sono gli elementi che garantiscono posizioni di potere e rilevanza.

Nelle ecologie, quindi — come accade per i sistemi dell’arte, dell’editoria, delle economie dei festival e per tanti altri ambiti — sembra proprio che la posizione di potere sia determinata dall’accesso alle relazioni: sia che questo accesso derivi da precedenti condizioni di forza e/o privilegio (si fa sempre l’esempio delle perssone che abitino nei quartieri più agiati delle città, per cui invocare il favore di un magistrato o di un chirurgo spesso si risolva in termini semplici, del tipo “fai una telefonata al tuo compagno di banco delle elementari”), sia che per una qualche straordinarietà (non replicabile, e quindi sostanzialmente inaccessibile) ci si ritrovi con un bootstrap di questo accesso.

E poi, come sempre, c’è il caso.

La domanda circa il come aumentare la dinamica della mobilità sociale e relazionale, per aumentare l’accessibillità/usabilità/espressività dei sistemi che abitiamo rimane tutt’ora aperta.

Non tutti hanno talento (per un eventuale boostrap, se ti dice bene).

Non tutti hanno gli strumenti per mettere insieme autori con un proprio network o per fare un “festival” che conta.

Non tutti hanno le relazioni per procacciarsi questi strumenti.

Non tutti vengono invitati alle feste e, se ci vanno lo stesso, vengono buttati fuori, fisicamente o con la comunicazione.

La modalità di “the winner takes all” è la norma non soltanto nell’economia, nella tecnologia, nella ricchezza, ma anche nella cultura. Pensateci: quante volte spunta un tema, e per quel tema c’è una mono-risposta in termini di quale sia il soggetto o l’organizzazione da invocare?

Dal punto di vista dei sistemi (e degli ecosistemi) questa mono-risposta (mono-cultura, mono-coltura) danneggia tuttti, perché diminuisce la diversità (biologica, culturale) che abitiamo, aumentando stati di egemonia.

In un’epoca come la nostra, in cui siamo tutti atterriti dalla sovrapproduzione di contenuti, al limite del noise, il poter aver poche risposte certe potrebbe sembrare un vantaggio, ma non lo è: ce lo dice l’ecologia, la scienza delle relazioni.

Per garantirci la capacità di risposta di cui ogni ecosistema ha bisogno per sopravvivere c’è la necessità di agire simultaneamente secondo diverse modalità e dinamiche.

Noi, nel nostro picccolo, e nei modi in cui questo piccolo si fa grande nell’unirsi agli altri, abbiamo dedicato l’attività del nostro centro di ricerca, HER: She Loves Data, a queste capacità, competenze e, soprattutto, sensibilità necessarie per prendersi cura degli ecosistemi umani, tramite i temi del Terzo Infoscape, della Digital Urban Acupuncture, della Datapoiesis e, ultimamente, del concetto del Nuovo Abitare e dei suoi rituali.

Artist. President at https://www.he-r.it/, founder at http://www.artisopensource.net/. Teaches Near Future Design and Transmedia Design.