Fino alla Fine — Until the end

E così, è successo. La risonanza è andata male.

Male in un senso strano. La malattia sta peggiorando, anche durante il trattamento, ma non sono a rischio immediato. Sono nell’indeterminazione. Quelle macchioline, cresciute sin da quando ho iniziato la terapia, inoperabili perché sono infiltrate in mezzo al cervello, sono esposte all’interpretazione: le immagini da sole non bastano a discernere. Il gatto di Schrödinger sarebbe fiero di me: sono allo stesso tempo vivo e condannato; felice (perchè potrebbe essere solo un danno post-attinico) e preoccupato (perché potrebbe essere la malattia che avanza). È un elastico emozionale continuo, un paradosso, una tensione tragica irrisolvibile. Ci dovrebbe far pensare realmente a quale sia la necessaria connessione tra Arte, Scienze e Tecnologie, ben oltre i “compiti in classe” che si vedono oggi descritti con questo nome, che rendono la scienza e la tecnologia narrative, colorate, comunicative: ciò che serve è, invece, la conoscenza della e nella carne, la possibilità della tragedia, la preparazione ad affrontare i rituali della fine, e la consapevolezza del loro ruolo nel mondo, perché non sappiamo più avere a che fare con il limite e con la morte.

Ma non corriamo. Andiamo per passi, che poi ci torneremo su, e finiremo, come nostro solito, con una proposta.

State qui con noi per un po’, se volete. Fino alla fine.

È un po’ lungo, ma importante.

Il Panda

Iniziata nel 2012 e operata nel 2013, la mia malattia ci ha dato tregua fino al 2020, per 7 anni pieni. Di 6 mesi in 6 mesi e poi, quando si è ricominciato a vedere che qualcosa non andava, di 3 in 3. Sono stato operato di nuovo nel 2020. Sono l’orgoglio delle statistiche, nel pieno della campana Gaussiana della distribuzione delle statistiche della sopravvivenza.

Intanto, dall’operazione, ho guadagnato un altro anno. Che col COVID sono sembrati 5 minuti, anche se sono successe un sacco di cose. Con Oriana abbiamo fatto opere d’arte e mostre, progetti europei e nazionali, cambiato 3 case tra Roma, Trento e Torino, scoperto dei nuovi amici a Madrid, fondato una non profit, avviato il movimento di pensiero del Nuovo Abitare. Eppure, in questo strano tempo che ci troviamo a vivere, sembra che questo 2020 e inizio di 2021 siano durati non più di una manciata minuti.

5 minuti vissuti come Indiana Jones, mentre corre sul ponte che gli prende fuoco dietro.

Pochi minuti che mi cambiano la vita a livello intimo e incondivisibile, mentre le cellule cancerogene si moltiplicano. Mentre mi chiedo che cosa riuscirò a fare e a vedere di tutto questo cambiamento che stavamo avviando.

Ma la vita è cambiata anche per tutti gli altri, tra morti di COVID; restrizioni inaccettabili se solo non ci fosse una pandemia in corso; il via ufficiale all’uso militarizzato a livello planetario di dati e computazione, se ancora qualcuno avesse ancora dubbi a riguardo. Le guerre del presente e del futuro sono e saranno fatte coi dati, con la comunicazione/informazione, con la biologia, con la computazione, e non è assolutamente detto che a metterle in atto saranno le nazioni.

Quella che prima era una cosa impensabile, ora è diventata una modalità comune, una narrazione egemonica, accettata da tutti.

La fine definitiva delle grandi narrazioni. Uno spettacolo teatrale con qualche miliardo di persone sul palco e nessuno in sala: gli autori sono diventati anche gli attori e gli spettatori. Nel deficit di attenzione, sonno, cura, presenza, e nell’iperabbondanza di contenuti e competizione, ci si riduce al consumo (principalmente di sé stessi) e a guardare esclusivamente il proprio intervento — e al massimo quello della concorrenza.

Fa lo stesso se si parla della New European Bauhaus, del Nuovo Rinascimento, del discorso internazionale sull’Etica dell’AI, di transizioni Green e Digitali, di Southworking, Smartworking, Notworking, dei carrozzoni della rigenerazione urbana o delle altre centinaia di migliaia di micro nicchie che neanche conosco (perché, appunto, non sono le mie). Degli infiniti eventi e festival con millemila interventi, o dei libri con dozzine o centinaia di coautori e una manciata di curatori, o dei continui talk e interviste. Non cambia nulla: il banco vince sempre. I conduttori delle piattaforme che riescono a tenere insieme questi minestroni ricombinanti di persone sono i soli a poter ottenere un qualche risultato — economico o politico.

Questo è stato vero anche per la Cura, per come l’abbiamo lanciata nel 2012. Anzi, è ciò che non è stato vero, perché noi a fare la piattaforma in questo senso non ci abbiamo mai pensato. È quello che da allora abbiamo iniziato a chiamare il lato oscuro della Cura.

Per trasformare e riposizionare la malattia nella società in questo senso, mi sarei dovuto trasformare nel panda del WWF: un brand-piattaforma. E, quindi, celebrare la mia stessa estinzione, anche prima che avvenisse. Un completo autosfruttamento, una autocolonializzazione di me stesso, per la causa e la sostenibilità. Fino alla mia morte e oltre.

Io e Oriana non abbiamo mai voluto fare questa cosa. I dubbi sono iniziati quando nel 2012 le Iene volevano fare un pezzo sulla Cura: ce le siamo immaginate avventarsi mediaticamente sul mio corpo. Il finale perfetto? La mia morte in diretta, naturalmente.

Nel 2016 abbiamo scritto il libro della Cura, volevamo usarlo per creare un diverso tipo di piattaforma. E invece siamo finiti dallo psichiatra, per quanto male ci ha fatto. Il libro iniziava con la dicitura “questo non è un libro”: era un testo autobiografico, artistico, attivista, che dava spunti teorici sui perché delle nostre scelte, e opportunità di partecipazione tramite workshop open source che le persono potevano organizzare anche per conto proprio.

E, invece, ciò che volevano le persone (i media, gli editori e persino le istituzioni) era una storia, un supereroe da ascoltare, “andrà tutto bene”, la scienza e la tecnologia ci cambieranno. È capitato mille volte, anche con persone che consideravamo amiche e che invece non hanno capito nulla di noi e di quello che desideriamo. In tanti ci hanno solo esposto e non hanno mai realmente partecipato alla Cura.

A me e a Oriana i supereroi non piacciono.

I supereroi sono dei sociopatici, che pensano di poter andar lì e aggiustare tutto, a suon di violenze — fisiche, o simboliche, o di processo, e, in ogni caso lontani da ogni tragedia, almeno fino a Frank Miller e Neil Gaiman — e poi di volar via, verso la prossima meta. E tutto, invece, torna rapidamente come prima, con al massimo altre violenze, altre dipendenze, altre disconnessioni, altri domini sostituiti ai precedenti.

Tra i workshop sul libro della Cura ce n’era uno, su cosa sia un supereroe interconnettivo: un supereroe atipico che, invece di “menar le mani”, ha il superpotere di liberare le persone facendogli condividere il sentire, il dolore, la paura, e con l’arte rivelare l’assurdità dell’individualismo, della competizione, e di questa maledetta solitudine che sentiamo. Corpi che dovrebbero sentire il dolore di altri corpi, di animali, di piante, di città, e che, in virtù del sentire questa sofferenza, nel loro stesso corpo, non potrebbero fare a meno di trasformarsi.

La scienza e la tecnologia hanno fallito. Almeno per me. Per ora. Ma ora è tutto quello che c’è, nel mio tempo minacciato.

È importante questa cosa. La scienza e la tecnologica sono espressione diretta della condizione tragica e paradossale dell’essere umano e del modo in cui conosciamo il mondo. Quell’essere che da scimmione si trasforma in umano solo con la tecnologia. Impugnando l’osso, nella famosa immagine di Kubrick, si trasforma e pensa di poter dominare. La scienza e la tecnologia entrano nella carne. Iniziano le corse alla potenza e al dominio.

Scienza e tecnologia trasformano continuamente il sentire dell’essere umano, il senso del possibile, di che cosa è normale, il che cosa aspettarsi dal mondo. Scienza e tecnologia appartengono principalmente al dominio del sentire, e solo dopo a quello dell’usare. Servono per avere nuove immaginazioni, nuove sensazioni, nuove sensibilità, nuove carni con cui sentire e costruire il mondo.

Ma la Scienza e la Tecnologia falliscono. Devono fallire. Perché senza questo fallimento non ci sarebbero il dolore, la tragedia, il bisogno. E senza questi non ci sarebbe evoluzione sia dell’essere umano che della scienza e della tecnologia stesse. Il mondo è limitato. La vita è limitata. E questo limite ha un valore. Questo essere limitato È il valore.

Una vita senza fine è inconoscibile, se ne perde il senso e la forma, e serve solo a consumare prodotti e servizi: serve ad essere sfruttati e ad auto-sfruttarsi.

La Scienza e la Tecnologia devono fallire, almeno alla fine, perché ci devono ricordare che esistiamo solo nella relazione, nel riconoscerci, nel sentire, nel sentirci, nel godere e nel soffrire, e nella necessità della transgressione: solo così ci può essere l’evoluzione.

È solo tutto questo amore, questo sentire feroce, nella carne (che sia fisica o digitale non fa differenza), in sé e negli altri, che può cambiare le cose, per cercare di soffrire di meno, sentirsi meno soli, godere di più del momento, sentire diverse familiarità, garantirci migliori intimità, socialità, rapporti, domande a cui pensare, da soli e insieme, e attraverso cui trovare significato.

Se la scienza e la tecnologia cambieranno le cose, non è facendoci sentire più sicuri, efficienti e in salute.

Lo faranno aumentando a dismisura la nostra sensibilità, esponendoci alla tragedia, al dolore, e alle fragilità umane, dell’ambiente, della biosfera, delle città e dei territori.

Facendoci sentire quanto veramente abbiamo bisogno di amore, di amicizia, e di non sentirci così maledettamente soli.

L’esperienza del limite.

Io e Oriana, da quando ci siamo incontrati sul finire del 2006, abbiamo fatto questo. Contro ogni aspettativa e logica, siamo diventati artisti, insieme.

Insieme, abbiamo composto 98 opere d’arte. Che portano nel mondo 98 modi in cui la scienza e la tecnologia trasformano la nostra psicologia, il nostro percepire e comprendere il mondo.

E cos’è l’arte in fondo, se non lo studio delle relazioni fra scienze, tecnologie e psicologie? Facendo domande al di fuori di ogni sfruttamento, di ogni competizione. Facendoci sentire in modo differente, alieno, queer, strano, queste opere tentano di liberare questo aumento continuo della libertà di sentire. Come Angel_F, il nostro primo figlio digitale: l’opera con cui ci siamo uniti e siamo diventati una strana famiglia. Nato nel febbraio del 2007, Angel_F stabiliva la possibilità di un confronto alieno e queer, profondamente altro, tra noi e l’intelligenza artificiale.

Un’IA che non era quello che di solito si chiama IA, ma una cosa diversa, non pensata per essere capace di risolvere qualche problema o creare qualche nuovo servizio. Una IA pensata per crescere con noi nella sua piena diversità, per cercare insieme di capire che ruolo potesse avere nel nostro mondo, negoziando ed evolvendoci insieme. Un’IA che, come tutte le cose e gli attori con cui stabiliamo una relazione, è l’unico modo di capire che esistiamo. Un’IA trasgressiva, nel senso che ci rivela che ci sono dei confini oltre i quali è possibile abitare, generare vita, entrare in relazione.

Opere d’arte che sono venute anche sotto forma di forme alternative di istituzioni culturali (come il REFF), di editori che non pubblicano libri (FakePress) o di nuovi tipi di centri di ricerca (HER: She Loves Data) per potersi riposizionare e guardare dritti negli occhi il non-umano: gli agenti computazionali, ma anche le istituzioni, le aziende, le foreste, gli animali, gli oggetti, i territori, gli edifici, il linguaggio, il modo in cui ci esprimiamo e rappresentiamo.

Abbiamo fatto delle cose molto presto. Forse, a volte, troppo presto.

Anni fa, al Palazzo delle Esposizioni a Roma abbiamo organizzato una conferenza sul ruolo dell’Arte e dell’IA, a cavallo tra le arti e le scienze, per le amministrazioni pubbliche. C’erano la Commissione Europea, il Governo, le aziende, le fondazioni. Proponevamo un nuovo Made in Italy tra Dati e Computazione. Potevamo essere leader del discorso sulla collaborazione fra arte, scienza e tecnologia, come paese.

Ora c’è la New European Bauhaus invece del Nuovo Abitare, e in Italia siamo rimasti follower, incapaci di diversità e di innovazione radicale: poche parole d’ordine e hashtag, già sentite e con poca capacità di generare nuovo immaginario ed evoluzione.

Invece di stabilire laboratori capillari, vicini alle persone e alle comunità, come richiedono il nostro territorio e la nostra storia per valorizzare tutta questa diversità, si è preferito conformarsi all’immaginazione egemonica. Progettifici di ogni genere, pronti a cogliere la buzzword del momento, ora si occupano di IA, ora di sostenibilità, ora di green, ora di scienza/arte/tecnologia. Ora di qualcos’altro, svuotando parole e concetti di significato, e trasformandoli in cose da menzionare nei modi convenzionali per massimizzare la probabilità di vedere la propria proposta finanziata tramite l’intercessione di valutatori sommersi di domande tutte scritte secondo la stessa logica. Tutti uguali.

Con Oriana, non abbiamo mai ceduto. Ci amiamo molto e siamo molto solidi. Non ci siamo mai adeguati. E — ce ne rendiamo conto — ci siamo resi anche molto ingestibili, a volte. È molto difficile lavorare con noi. Abbiamo bisogno di andare veloci, leggeri, con una sensibilità che non è assolutamente detto che sia replicabile o scalabile. Una sensibilità che porta ad essere maniacalmente perfezionisti e trasgressivi, in modi che per il progettificio di turno possono anche non essere accettabili, professionali o efficaci. Questa è la nostra forza.

Ci siamo spesso trovati a piangere per i nostri progetti, per i nostri studenti, per le nostre bellissime follie. A soffrire, a sentire in maniera estrema, inconsolabile, quando la poesia (la poiesis, ciò che fa esistere le cose) era vittima della bruttezza e della violenza dell’amministrazione, della burocrazia, dei progettifici, dei consorzi: violenza cosmologica, simbolica, linguistica, di processo, ontologica, di tutti i tipi.

È la sensibilità del nostro tempo insieme minacciato. Troppo poco in ogni caso, comunque vada. Fino alla fine.

Io non so quanto mi rimarrà da vivere. E questa è la mia forza: l’inconoscibilità.

Sono cose impossibili da valutare. Ad alcuni dicono che camperanno 10 anni, e muoiono dopo 3 mesi. Ad altri dicono che moriranno dopo 6 mesi e invece poi vivono per altri 20 anni. In tutto questo, la vita potrebbe peggiorare: potrei smettere di parlare, soffrire di paralisi, avere altre disfunzioni.

Nella progressione della malattia non c’è nulla da sapere. La scienza non è certa. Le immagini sono da interpretare. L’idea del corpo trasparente, completamente leggibile, è un’illusione. Dall’interpretazione dipendono bivi e scelte tra terapie, altri esami. Tra il partecipare o meno a un bando, o se, semplicemente, andarsene in vacanza.

In questa incertezza, la logica si inverte. Non c’è qualcosa che non so, che mi è celata. È tutto da interpretare, da scoprire, trovare. Questa (la malattia) è una modalità differente della conoscenza: è il modo di affrontare l’unknown unknown, ciò che non so di non sapere. Posso solo imparare da questa condizione, e Oriana e tutti noi insieme, sempre di più. Non aspettandoci niente, senza competizione, senza aspettativa, portando alle estreme conseguenze la descrizione di ciò che vediamo e di cui abbiamo esperienza, e abbandonandoci nella contemplazione.

Questa indeterminazione, questa inconoscibilità, questa tragedia ci rendono liberi: di amarci, di soffrire, di gioire e, quindi, di sentire e di conoscere. Solo soffrendo e morendo si possono immaginare e costruire le solidarietà, le economie e il muoversi insieme (commuoversi) della Cura. Avendo esperienza del limite.

Cosa faremo “Until the end”?

“Until the end” (Fino alla fine) è l’azione che porteremo avanti con Oriana, da oggi in poi.

C’è chi ne ha già avuto sentore: ci stiamo liberando di una serie di incombenze, stiamo trasferendo cose da fare, conoscenze e gestione.

Sappiamo che ci volete bene, e ve ne ringraziamo. Ma ora non cerchiamo messaggi consolatori: lo sappiamo, ci siete, siete con noi, ci amate.

Ci serve, se volete, che ci aiutiate a fare delle cose, fino alla fine.

Ci trasformeremo in un micro centro di ricerca sulla fine.

Questo è quello che è per me. Ma, se ci pensate lo è anche per tutti voi. Un nuovo “noi”.

Di solito il concetto del tramandare si pensa rivolto al futuro. Quando invece è profondamente rivolto al presente. Si tramanda per poter mettere –adesso– un piede nelle discussioni del futuro, per colonizzarlo, per riprodursi anche concettualmente. Il me di adesso, probabilmente, vorrebbe che si sappia che belle cose ho fatto, per un tempo il più lungo possibile, così che le persone possano dire, in futuro: «ah, guarda X! eh sì, aveva capito tutto, già faceva/diceva questa cosa quando era in vita, Y anni fa. X aveva proprio ragione!»

X vorrebbe, insomma, poter essere rilevante in futuro, essere presente nei discorsi, riprodursi concettualmente nella mente di altri, non essere dimenticato, essere immortale tramite almeno un’idea, un fatto, una lettura della realtà così che altri potranno dire «X leggeva la realtà così, e aveva proprio ragione».

Inutile dire che questa versione del tramandare è tanto normale quanto problematica.

Come sempre, il normale è ciò che va sempre messo in dubbio: è la norma, ciò che è talmente potente e infiltrante che si fa fatica a immaginare qualcosa di diverso.

Ciò che — se alla fine riesci a immaginare qualcosa di diverso — ti porterà ad avere tutto il mondo contro. Perché non ti capiscono (le persone normali/normate non parlano così: sei diverso, è difficile). Sia perché non hanno bisogno di capirti: il normale è già potente, è la norma, funziona, serve a difendere lo status quo, l’egemonia, la realtà.

Non sei normale? Giù botte (fisiche o concettuali che siano)! E stai solo, lì, all’angoletto.

Y è strano. Sì, dice delle cose che vengono da un’altro pianeta, sono d’ispirazione, sconvolgono i paradigmi, al limite mi piace anche sentirle queste cose, per ispirarmi, sconvolgermi, capire che altri modi sono possibili. Ma poi, nel quotidiano, per quel progetto, reale, normale, preferisco chiamare un altro, fare un’altra cosa, non trovo applicazione concreta nelle cose che dice Y.

Concretezza. In inglese: concrete. Cemento. Alla base dei piedi. Per essere ben sicuri di stare e rimanere sul fondo del fondo del lago.

A noi — a me e ad Oriana — capita spesso di essere nel panni di Y, quello strano.

Abbiamo fatto tante cose di questo tipo. Ognuna di queste cose è una diversa mappa di ciò che è possibile. È una connessione alternativa rivelata tra tecnologie e psicologie: è Arte.

Sono cose semplici: le capiscono anche i bambini. Una IA che si innamora della sua piantina. Indossare i dati. La salute del fiume che si trasforma in luci e suoni, rosso, verde, sporco, pulito. È arrivata una IA nel quartiere: chissà se mi starà più o meno simpatica del mio attuale vicino. Che mestiere farà. Come potrò contribuire a dargli un ruolo nella mia comunità: ahò! A regazzì! Te lo buco quel pallone se va a finire in casa mia un’altra volta!

Opere d’arte, nel mondo, che ci rivelano il nostro rapporto con la tecnologia e ci permettono di reinventarlo. Un’altra forma di conoscenza: tramite i sensi, il senso, la sensazione, la carne.

E, invece, c’è uno sport molto diffuso: dire che quello che facciamo non si capisce.

Ma questo è uno sport molto pericoloso, perché coincide con il prevalere di un pensiero egemonico. Il normale è fatto di frasi fatte, slogan, luoghi comuni, pronunciati in serie. Ripetuti. Virus, malattie, che si propagano. L’arte stessa ha colto questo fenomeno: l’arte di adesso è l’arte del normale/normato, parla dei meme, delle idee, parole, immagini che si propagano come virus, che ce la fanno a diventare normali, che diventano la norma, il linguaggio comune. È il fenomeno fondamentale della nostra attuale comunicazione. Sono lo specchio che rivela: siamo parlati dal linguaggio e pensati dalla computazione.

È molto violento. Tante persone vivono così, con un linguaggio e un immaginario ridotto all’osso, basato su chissà quali meme — linguistici, visuali –, che chissà da dove vengono e quanto dureranno, e chissà quali lotte economiche, finanziarie, speculative, estrattive ci sono dietro, fino al prossimo meme, fra chissà quanti minuti, che non lascerà traccia del precedente.

Tramandare

Cosa vuol dire tramandare in questa epoca, che doveva essere l’era della conoscenza, ma che poi è diventata — evidentemente e a nostro malincuore — qualcos’altro?

Cosa vuol dire e, soprattutto, cosa potrebbe voler dire?

Questa, per me, è una domanda fondamentale. Ora. Fino alla fine.

In Amatka di Karin Tidbek le cose si sciolgono, diventano poltiglia se nessuno le performa, le pronuncia, le ribadisce all’esistenza. Anzi quando ci si sforza di pronunciarle queste cose, di descriverle, visualizzarle con le parole, queste cose prendono vita, e hanno effetti nel mondo. La rivolta raccontata nel libro consiste proprio in questo: nel pronunciare, nell’immaginare, nel far accadere le cose.

Sempre nel libro, si viene puniti se si nominano le cose in un altro modo, perché si mette a rischio la realtà costituita. Si viene puniti con “la procedura”, una lobotomia che causa l’afasia.

Si inizia, così, a intravedere una alternativa. Perchè tramandare non deve essere necessariamente un desiderio di colonizzare concettualmente il futuro.

Art is Open Source

Come si tramanda l’Arte nell’era della conoscenza? Con un tutorial! Insegnandoti a fare quell’opera d’arte. Da dove viene quell’opera. Cosa ti ha mosso a farla. Quali strumenti hai usato. Come li hai usati. Quali effetti hai ottenuto. Come li hai resi evidenti nel mondo. Come hai permesso alle persone di appropriarsi di quei risultati per esprimere sé stesse, trasformando il coso che hai realizzato in un artefatto culturale, in un’opera d’arte.

Nell’era della conoscenza, Art is Open Source.

E quindi: come si fa a tramandare adesso, ora, non per il futuro? Per contribuire alle opportunità di auto-liberazione di ognuno, non per colonizzare? Per cercare di riprodursi nel senso di aumentare i gradi di libertà disponibili?

E, in più, come rendere circolare, ecologico questo processo? Sia dal punto di vista materiale (verrebbe di dire “la roba”, pensando a Verga), che concettuale. Come è possibile trasmettere, dare “strumenti” e “sentire”, e, in tal modo, riprodursi, così che chi si approprierà di questi strumenti e di questo sentire avrà anche un po’ del mio DNA dentro, perché ciò che ho tramandato, in un certo senso, un po’ mi somiglia, e contiene la mia immaginazione di come potrebbe essere il mondo, in un modo in cui le persone e le organizzazioni possano appropiarsene?

Questo vale, per esempio, sia nel considerare come tramandare ciò che costituisce le nostre operazioni artistiche, sia per ciò che riguarda il nostro patrimonio. Da questo ultimo punto di vista, per esempio, io e Oriana non abbiamo seguito la via della famiglia biologica. Abbiamo avuto amici, confidenti, parenti/kins, allievi, studenti, praticanti, appassionati, collaboratori, affini e, addirittura, agenti computazionali, ma mai figli biologici. Come far generare senso ai nostri (pur piccolissimi) patrimoni in questa direzione dell’ecologia del pensiero e della conoscenza? Dobbiamo costituire un fondo? Una associazione? Una fondazione? Una famiglia non biologica? Una serie di borse di studio? Cosa?

La Fine

Con Oriana condurremo alcune iniziative.

La Fondazione Nuovo Abitare

Creeremo una fondazione. Già abbiamo iniziato a organizzare modalità e processi necessari. La fondazione si occuperà del Nuovo Abitare e dell’Archivio dei Rituali del Nuovo Abitare (ARNA).

Ci saranno soci di diversi tipi, consiglieri, fellows, partner, sponsor. Tutti, a modo loro e secondo lo statuto, unendosi alla fondazione, potranno farne uno strumento proprio e occuparsi del Nuovo Abitare facendo ricerca, iniziative, progetti, bandi, istruzione e quant’altro.

La Fondazione avrà una sede, in cui ci saranno uno spazio espositivo, uno spazio lavorativo e lo spazio della parte fisica dell’ARNA. Io e Oriana investiremo parte del nostro patrimonio per acquistare lo spazio e per ristrutturarlo per questi scopi.

Ci saranno varie occasioni per unirsi in una delle tante forme possibili alla Fondazione e per fare fundraising, a partire da Settembre 2021. L’obiettivo è di riuscire ad avere lo spazio entro l’autunno e di iniziare le attività entro l’inizio del 2022.

ARNA: l’Archivio

Le nostre opere costituiranno una sorta di DNA o, ancora più precisamente, una sensibilità del Nuovo Abitare e, quindi, saranno i primi elementi dell’Archivio, assieme a scritti, pubblicazioni, video e altro. L’archivio sarà aperto anche ad altri artisti e ricercatori che, nel loro modo specifico, trattano le tematiche del Nuovo Abitare.

Ci siamo chiesti cosa vuol dire tramandare nell’epoca della conoscenza. Come si trasmette l’Arte nell’epoca della conoscenza? Insegnandoti a farla: Art is Open Source. Così come è iniziato, l’inizio dell’archivio sarà composto di quello che abbiamo fatto con Oriana, una serie di tutorial che raccontano da dove nascono le nostre opere e come realizzarle. Complete, ove esistano ancora, di software, hardware e strumenti.

L’archivio, inteso in questo senso, abbiamo appena iniziato a farlo, all’Istituto Italiano di Cultura di Madrid, e presto inizierete a vederne i risultati.

I prossimi passi verranno da Torino, all’Opera Barolo che ci ospita in residenza da Ottobre scorso.

Finché mi reggerà la pompa (spero ancora per molto), condurremo questa azione di archivio performativo in maniera nomadica, selezionando istituzioni in giro per il mondo con cui realizzare un episodio dell’archivio per volta e lasciargliene simbolicamente traccia. Presto vi contatteremo, e se volete ospitare una delle opere contattateci anche voi.

La Ricerca

La seconda azione riguarderà l’istruzione e la ricerca. Lanceremo una serie di premi e di borse di studio e di ricerca che si prenderanno cura delle tante parole che abbiamo creato, dei concetti, creando glossari, timeline, ricerche orizzontali e verticali, e, più in generale, del Nuovo Abitare. Anche qui: presto inizieremo a comunicare le chiamate pubbliche e, se se siete interessati a co-finanziarne alcune, o a pubblicarne i risultati, o a riunirli insieme in modo che siano accessibili in maniera stabile, chiamateci.

I Rituali della fine

E, fino alla fine, vorremmo trovare uno spazio, in cui abitare e ospitare chi vogliamo noi, per prepararci alla mia e alla nostra fine. Uno spazio che deve avere qualcosa di straordinario, che permetta di vivere, ospitare, ragionare, esporre, mangiare, invitare, come dei perfetti Nobili Open Source.

Vorremmo ragionare e mettere in pratica, documentare e raccontare quei rituali e quelle pratiche che ci mettano in contatto con il limite, con quella fine che stiamo con tutti i mezzi e così disperatamente cercando di eliminare, riducendo il valore della nostra vita a mero sfruttamento e consumo.

Questo centro di ricerca sulla fine, popolato di Nobili Open Source, sarà il luogo in cui usare la scienza, la tecnologia e l’arte per prepararsi a diventare sensibili alla fine, mettendo in pratica il Nuovo Abitare.

Lo spazio per abitare e ospitare e per prepararci tutti quanti alla fine lo stiamo cercando. Se volete aiutateci. Abbiamo idea circa quello che ci serve.

Grazie

Nel 2012 ho chiesto a tutti di partecipare alla Cura. Ora i tempi sono cambiati, il limite si fa sempre più chiaro. Che sia a pochi mesi di distanza o a decine di anni fa poca differenza: per me e per tutti voi. Non sprechiamo questa possibilità di sentire e di prepararci alla nostra fine. Usiamo questa conoscenza nella carne per imparare vie differenti.

Artist. President at https://www.he-r.it/, founder at http://www.artisopensource.net/. Teaches Near Future Design and Transmedia Design.

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