La Banalità dell’Innovazione

Salvatore Iaconesi
11 min readDec 19, 2017

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Stazione Termini. 7 di mattina di pochi anni fa.

Miriadi di persone sfrecciano, trolley al seguito, seguendo traiettorie caotiche, ma capaci di evitare collisioni all’ultimo istante o di girarsi rapidamente indietro per un “Mi scusi!”

Binari, incontri, posti, PNR, carrozze, ritardi.

Sono tutti un po’ allucinati: hanno fretta, sono un po’ nervosi. Ora hanno anche introdotto le barriere all’ingresso ai binari: ci si deve far controllare, sembra di stare ad un aeroporto del terzo mondo, caotico, con la fila per entrare scombinata e densa, sgomitando, per arrivare lì e farsi verificare il codice “Prego, passi.”

Nervosi: gli occhi bassi, che non si incrociano con gli altri.

La voce automatica della stazione, pedante, mi riporta alla mente cose del passato. È la stessa voce che avevamo usato per Angel_F, la nostra piccola intelligenza artificiale: è una “voce gratuita”, nel senso che te la danno gratis, inclusa nei software open source di sintesi vocale, ha anche un nome (tipo Harry o qualcosa del genere, non ricordo). L’effetto è che immaginiamo che il nostro piccolo Angel sia cresciuto, e che abbia trovato un lavoro: un’intelligenzetta artificiale che si occupa di districare il caos di treni che arrivano, ripartono, fanno tardi, cambiano binario e, mi raccomando, non acquistate prodotti dai rivenditori non autorizzati! Ci dispiace un po’ immaginarlo (e sentirlo) impegnato in questo lavoro: dalla fama internazionale come attivista dei diritti digitali all’ufficietto in cui immaginiamo chiuso il suo piccolo server intelligente il salto è grande, e non so se ci piace.

La voce automatica monotona e gentile parla, e racconta gli arrivi e le partenze.

E poi succede.

Un cambio di voce. È umana. Si schiarisce la gola. E poi:

“PRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRT!”

Parte un pernacchione incredibile.

Si sentono delle risate soffocate in sottofondo. Il microfono si spegne rapidamente.

Alzo la testa. E mi guardo intorno.

Tutti hanno fatto la stessa cosa.

La stazione è ferma, silenziosa. Si sono fermati tutti, per un istante.

E poi parte fragorosa: la risata.

Stanno ridendo tutti, di tutte le nazionalità, di tutte le culture, i mestieri, le discipline, le classi sociali. Tutti.

È un momento sublime.

Per un istante non esiste ufficio, nervosismo, fretta, ritardo, preoccupazione, paura, rabbia.

Esiste solo quella meravigliosa pernacchia, e quanto ci ha fatto ridere, imprevista e pazzesca.

È un momento estatico, sublime, liberatorio, stiamo tutti bene, meravigliosamente.

Le persone si guardano negli occhi e sorridono, felici e amichevoli. La loro giornata è cambiata. Questa cosa la racconteranno per anni, tante e tante volte di nuovo. E in loro nascerà una speranza in più sull’umanità: positiva, costruttiva, divertita, ironica e amichevole, come un bel pernacchione al momento giusto.

Innovazione e Pernacchie

L’innovazione, come la facciamo di solito, è banale, e bruttina.

Non è capace del sublime. Non è capace dell’estasi, del liberatorio, della meraviglia.

È bruttina e banale.

Questo, che potrebbe sembrare una cosa di poca importanza, in realtà è molto importante, fondamentale.

Proprio la Stazione Termini (o la Stazione Centrale di Milano) sono metafore eccellenti di questa condizione.

Le recenti (e meno recenti) ristrutturazioni di queste stazioni ne hanno rivoluzionato lo spazio.

Gli spazi enormi, altissimi, ampi, con prospettive profonde e capaci di far spaziare l’occhio e innalzarlo sono, ora, diventati angusti, labirintici, stretti.

In questi l’occhio si è trasformato da strumento per conoscere il mondo in bersaglio per subirlo.

Gli spazi come erano stati progettati innalzavano lo spirito, elevavano l’essere umano: incontrare tanta grandezza, altezza, estensione, nello spazio pubblico, condiviso con il resto delle persone che abitano con lui la città; era l’occasione e l’opportunità di elevarsi, sentirsi più grande, migliore, sublime, libero di muoversi in tutte le direzioni, di spaziare con corpo, il pensiero e con la vista.

Gli spazi come sono stati riprogettati ora, sono l’opposto. Labirinti in cui la vista è intrappolata tra cartelloni, monitor, negozi stipati in ogni dove, temporary shop, pubblicità, ficcati in ogni spazio disponibile.

L’occhio cessa di essere uno strumento dell’estasi e della liberazione, e diventa un bersaglio, da colpire, bloccato in una trappola transmediale.

Certo, in questo modo si venderanno più calzini e cioccolatini, e la produttività dello spazio salirà di qualche punto percentuale.

Ma da qui emerge immediatamente una considerazione: cosa vuol dire, esattamente, produttività?

Perché se siamo, in effetti, capaci di misurare quanti calzini e cioccolatini vengono venduti, non siamo altrettanto capaci di comprendere se, per caso, il fatto di potersi innalzare, di poter avere esperienza del sublime, della liberazione, del senso, della bellezza, non corrisponda ad una serie di impatti altrettanto positivi?

In questo nostro secolo distratto e senza senso sembra, invece, molto probabile che queste dimensioni siano non solo capaci, ma necessarie per portare benessere e per innescare impatti positivi.

Immaginare Innovazione

Sicuramente si tratta di una questione di capacità di sensibilità, immaginario ed estetica.

Tanti grandi delle scienze, dell’arte, della tecnica e della tecnologia hanno più volte ragionato su questi concetti.

Marshall McLuhan lo ha fatto descrivendo gli artisti come “quelle persone capaci di creare ponti tra l’eredità biologica e gli ambienti creati dall’innovazione tecnologica”.

Derrick De Kerckhove ne ha parlato descrivendo l’arte come l’unica cosa capace di “prevedere il presente”.

Roy Ascott ha molte volte riflettuto pubblicamente su questo tema, parlando della collaborazione tra arti, scienze e tecnologie come l’unica possibilità di affrontare il mondo in cambiamento, in cui contenuto e significato originano dalle interazioni e negoziazioni delle persone.

Gregory Bateson ha parlato più volte della necessità di nuove sensibilità, di nuove estetiche che trovino la bellezza in “ciò che interconnette”, e per creare i ponti tra la psicologia e la tecnologia.

E si potrebbe continuare, tra antropologia, psicologia, filosofia ed altro.

Necessità di nuove sensibilità ed estetiche, quindi, che si possono raggiungere trasgredendo quelle attuali, oltrepassando soglie e confini, spostandoli.

E, invece, pensiamo sempre la stessa cosa.

Innoviamo con Bitcoins, cryptomonete e blockchains.

Ma stiamo sempre immaginando le stesse cose:

immaginiamo una moneta

immaginiamo una banca

immaginiamo delle transazioni

Come mai non riusciamo a immaginare qualcosa di radicalmente differente?

Innoviamo con l’Intelligenza Artificiale.

E la usiamo per descrivere sistemi capaci di prevedere cancri e tracolli finanziari usando le immagini mediche e i dati dei mercati che abbiamo adesso non per immaginare pratiche differenti, dati differenti, mercati differenti; per avere maggior customer satisfaction su un servizio, non per immaginare mondi nuovi, in cui al posto del “consumo” ci sia un’altra cosa; per tirar su un chatbot che mi aiuti ad usare un servizio che è difficilissimo da usare, che non parla il mio linguaggio e che non ha nessun senso per me, non per inventare un nuovo rapporto con lo stato e le istituzioni; per poter ottimizzare una supply chain, non per inventare un’altra forma di economia; e tante, tante e tante cose del genere.

Tutte eccellenti, interessanti e generatrici di profitto ed efficienza.

Ma perché non si è in grado di immaginare condizioni che siano nuove?

Non abbellimenti o incrementi di efficienza, ma condizioni umane (e non umane) nuove, riconoscibilmente differenti.

In cui si sia pronti ad accettare che una festa possa essere un modo di apprendimento.

O in cui l’amicizia, la presenza, la dolcezza e l’affetto possano avere un posto tra le misure dell’aumentato benessere.

In cui il sublime, l’estasi, la sensualità e l’eros possano diventare strategie per affrontare povertà, ingiustizia, e la ricerca delle pari opportunità a livello globale.

In cui, come nell’episodio della Stazione Termini, abbia senso che un agente intelligente possa avere, tra le priorità strategiche, quella di architettare scherzi e azioni d’arte, per far stare tutti meglio, invece che tentare di vendermi calzini mentre sono spaventato da persone col mitra e blocchi antiterrorista.

In cui nelle Smart City non serva solo il parco, pulito e ordinato, ma anche le erbacce, la polvere, la differenza estrema.

Perché è dal conflitto che emerge la ricchezza intensa della città, dal desiderio, dalla sensualità, e dalle cose con estetiche e culture diverse, spaiate, dispari, misteriose, avventurose, non completamente comprensibili, paradossali, non dall’ordine.

Qual è il ruolo della trasgressione nella città, nell’innovazione e nello sviluppo che immaginiamo?

Non c’è.

Proprio come non c’è un ruolo per il sublime. Un caso?

Righe su un database

one of the visuals of the GhostWriter project

Siamo diventati righe su un database.

Le nostre vite sono progressivamente determinate dai dati, dalle tracce digitali che lasciamo dietro di noi, nella nostra quotidianità.

Sono raccolte, memorizzate, elaborate continuamente, ed usate, sole o in forme aggregate, per determinare e attuare strategie, politiche, leggi, regolamenti, comunicazione, informazione, e per “personalizzare” istruzione, salute, lavoro, intrattenimento e le nostre relazioni e interazioni con persone, luoghi e comunità.

Ma questo non è un isomorfismo, non è un processo senza perdita (di informazione, dettagli, dimensioni, caratterizzazioni…).

Io non sono i miei dati.

La somma dei dati raccolti attraverso i miei comportamenti, consciamente e inconsciamente, mi assomiglia, in qualche modo, ma non coincide con me. Cosa succede se questi dati, incapaci di rappresentare il mondo, li utilizzo per determinare politiche, regole e opportunità? Cosa ne è di quel quid che scompare, progressivamente? Quali sono gli impatti di questo loop di retroazione dell’incompleto sul completo?

Inoltre, i dati sono opinioni.

I Dati sono probabilmente la cosa meno obiettiva che conosciamo. Sono ideologici.

Per raccogliere dei dati devi formare una opinione su come caratterizzare il fenomeno che stai osservando, quali sono le grandezze da misurare invece delle altre, dove e come posizionare i sensori, come tarare le sensibilità, con quali consumi di risorse, tolleranze eccetera.

E, poi, i dati vanno interpretati, e ciò si può fare usando scelte di diversi metodi, tecniche, algoritmi, teorie.

I Dati non sono assolutamente obiettivi: sono il risultato di una serie di opinioni espresse in modo soggettivo, sociale e politico, definiti arbitrariamente a partire da opinioni su cosa sia il mondo, su una certa architettura filosofica e comprensione della realtà, fondata su una certa versione della scienza, vera finché non ne diventa vera la versione successiva.

Invece, i dati sono ciò che è costantemente riconosciuto come obiettivo e che è progressivamente utilizzato per definire la realtà: le politiche, le leggi, la salute, le emozioni, la comunicazione, il divertimento, le relazioni.

Ciò implica che il contenuto, per come lo abbiamo conosciuto fino ad oggi, perda completamente di importanza.

Questo avviene perché quando “diventiamo dati”, una riga su un database, il potere cambia definizione, e diventa la capacità di determinare e cambiare lo stato di quella riga sul database. Chi è capace di cambiare la condizione di quella riga sul database è colui che detiene il potere. Da unlike a like, da 0 a 1, da off a on.

In questo scenario contano solo i dati, e il contenuto non vuol dire nulla.

Perché diventa possibile progettare un contenuto “vegetale” per i “vegan” e un contenuto “salsiccia” per i “carnivori”, e assicurarsi che ambedue vedano quello giusto attraverso una appropriata filter bubble, e questa è la sola cosa di cui ho bisogno per acquisire e mantenere il potere. Posso progettare i servizi e i contenuti che soddisfano queste condizioni in maniera algoritmica.

Abbiamo in mente forme di potere che hanno a che fare con il consenso.

E, per la precisione, abbiamo in mente anche forme di democrazia che hanno a che fare con il consenso (per esempio l’idea dell’assemblea, o del voto).

Ma nulla è così lontano dal consenso come ciò di cui abbiamo esperienza oggi.

I Big Data, e il potere che ne deriva, non ha nulla a che fare col consenso, ma con la co-esistenza. I Big Data sono importanti perché contengono miriadi di Small Data. Small Data che si possono usare per estrarre miriadi di micro-storie, e per comprendere come si relazionano tra loro, come sono simili e come si differenziano, e per usare queste similitudini, differenze e relazioni per creare potere.

Tutti i servizi, online e offline, si stanno trasformando nelle interfacce che le Intelligenze Artificiali usano per leggerci, per leggere noi mentre sul vetrino del microscopio viviamo le nostre vite. Sono interfacce per loro, per leggere noi.

Per questo, oggi, serve l’Intelligenze Artificiale, per poter capire tutte queste storie, come si relazionano o separano, e per poterle agire, performare, tutte quante nella loro diversità, nel conflitto, nella differenza, nell’avventurosità.

Questo è quello che stanno facendo i “nuovi governi”, quelli dei dati, da Google a Facebook, ai servizi segreti e strategici di ogni parte del globo, fino ai grandi accentratori di dati di banche, assicurazioni, corporazioni globali, dalla ruralità più spinta all’urbanesimo più avanzato, usando comunicazione, social network, carte di credito, tecnologie indossabili, domotica, automobili, genetica, salute, apparecchiature, attrezzature, telecamere, sensori, monete digitali e analogiche, energia, tutto, succhiando dati da tutto.

Trasgressione, di nuovo

Siamo in una trappola?

Nella trappola della trasparenza, dell’accountability, della meritocrazia, dell’openness, della misurabilità degli impatti e, quindi, della mediocrità?

Ciò che è certo è che siamo chiusi nelle bolle degli indici di misurazione; di dati catturati non si sa come e secondo quali ideologie e visioni del mondo; di analytics che di trasparente hanno solo il fatto che per ogni 2% che ci viene fornito quale elenco di funzionalità per tentare di comprendere l’effetto delle nostre azioni, un altro 98% è a beneficio dei Google, Facebook, Change.org e tutti gli altri che sui nostri dati costruiscono i propri business e strategie.

Chiusi in queste bolle progettiamo sempre nello stesso modo.

Misurando in questo modo ci possiamo accorgere solo di quello che già sappiamo. Non abbiamo alcun modo di affrontare l’unknown/unknown, quello che non sappiamo di non sapere.

In questa trappola è molto difficile trasgredire.

Diventano impossibili la magia (o anche solo il gioco di prestigio) e il sogno: quel che rimane misterioso, curioso, opaco, indeterminato e, quindi, aperto all’interpretazione e che, quindi, ci permette di creare realmente la nostra storia nella mente.

Diventa difficilissimo assumersi delle responsabilità, e ci si basa solo sul parere dell’esperto o sui dati: “me l’ha detto l’esperto a cui l’ha detto l’esperto a cui l’ha detto l’esperto…”

Diventa praticamente impossibile creare qualcosa che non sia annacquato, accettabile, modesto.

Quante volte i processi di co-creazione o di co-design servono per dire “me l’avete detto voi”, per assicurarsi il consenso? O per non prendersi la responsabilità di idee realmente grandi? O per mascherare il processo decisionale, attraverso processi plebiscitari: “popolo! scegliete A o B!” Ma quegli A o B li ho scelti io, non puoi scegliere C o Z. E non è chiaro da cosa derivino o quale sia lo scopo di quegli A e B che ho scelto. Quante volte i processi di crowd-design, utilizzando i dati e le “menti collettive” ci impediscono di inventare realmente?

Il risultato è che la partecipazione e la collaborazione — che non consistono nell’essere d’accordo, nel fare la stessa cosa su cui c’è consenso, ma nello stabilire relazioni significative, nella diversità, e nel costruire senso in questo modo, attraverso la cultura— scompaiono, assieme alla magia e all’avventura, sostituite da un lato con esercizietti con post-it e schemini da riempire, e dall’altro da enormi azioni basate sui dati in cui abbiamo il ruolo delle cavie da laboratorio e delle mucche da mungitura.

È tempo per la sollevazione.

Per una sollevazione gioiosa, dolce e immaginativa. Che rivendichi il paradosso, la magia, la sensualità, la trasgressione, l’indisciplina, il misterioso, l’avventuroso, il sublime. In modi fisici e algoritmici. Partendo dallo spazio analogico — della città e delle campagne — e digitale — pretendendo dati, conoscenza, informazione, e la capacità e possibilità di usarli, performarli, comprendere loro e le loro implicazioni. Usando design, arte e cittadinanza.

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